Abrami Emanuele – Sergio Fenaroli e Amalia Caterina Manessi hanno scritto, con il loro Studio Interno 7, un vero e proprio pezzo della storia della nostra Lumezzane. Di tempo ne è passato, e non poco: eppure non è facile, per chi visse quel periodo, rassegnarsi al fatto che quello spirito sia sopito. Così, infatti, non è: seppur in pensione, i due ex-gestori dimostrano ancora grinta e passione nel raccontarci, in esclusiva, di quegli anni d’oro per la vita sociale in Valgobbia.
Quale la genesi dello “Studio Interno 7”? Da dove è cominciato il tutto?
Il nostro locale pare come un semplice bar, locato a S. Sebastiano. Poi, col tempo, ci siamo trasferiti a S. Apollonio, in via Valsabbia, al 145. Siamo cresciuti piano piano, sviluppando fin da subito ciò che più ci è sempre stato più a cuore di questo mestiere: le conoscenze e le relazioni umane con gli avventori. Via via che il numero di questi aumentava, ci chiedevamo: come possiamo migliorare i nostri servizi? Cosa si può fare per migliorare la qualità del tempo che i nostri clienti spendono qui? Fummo quindi, ad esempio, fra i primi nella provincia di Brescia a trasmettere in diretta le partite calcistiche all’interno del nostro locale nel nome della convivialità e dell’intrattenimento. Intrattenimento che venne, nel tempo, garantito anche da altre iniziative, come quella del disco-bar, dei DJ… abbiamo vissuto una generazione, ora rivediamo i giovani che spendevano da noi il loro Sabato sera passeggiare per strada con i loro bambini, ed è una grande gioia per noi vederli fermarsi a salutarci e a scambiare due parole.
Da quando avete chiuso, pensate che gli orari del “divertimento” siano cambiati nei giovani?
Una volta si usciva di casa molto prima. Il nostro era un locale di 250 metri, e lo si vedeva cominciare a riempire a partire già addirittura dalle sette, sette e mezza di sera. In circa un’ora era pieno, e i ragazzi ci mettevano dei minuti per attraversa tutta la ressa ed appropinquarsi al bancone, dove avrebbero potuto chiedere da bere. La vita notturna nel locale era tutta fra le 9 e le 11 di sera, poi si tornava a casa o ci si spostava altrove, come nelle discoteche. Per l’una, lo Studio Interno 7 era già svuotato e chiuso. Ora non è più così: si esce tardi, anche oltre le undici.
Priorità dello “Studio Interno 7” è sempre stata quella di rappresentare un luogo di aggregazione…
Assolutamente sì, e non solo per i lumezzanesi. Venivano da tutta la Valtrompia, da Concesio fino al passo del Maniva. Per questo c’era sempre tanta gente ad affollare il posto: alcuni presi e portati dai genitori (i più giovani), altri abbastanza vicini da venire a piedi, o con mezzi propri i più grandi. C’era chi faceva l’autostop pur di non perdersi una serata da noi. La cosa che più i ha dato soddisfazione, e che più mi manca, è il rapporto umano con la gente. Conoscevamo proprio tutti: e ci s’impegnava nel mantenere vive e aggiornate le relazioni. Ci si informava sulle problematiche di ciascuno, e si davano consigli, ci si proponeva, si aiutava. Insieme, abbiamo risolto tanti piccoli e grandi problemi della giovane età, ma ci siamo anche dovuti interfacciare con chi arrivava convinto che il nostro fosse un “postaccio”. Sempre attraverso il dialogo: in tanti anni di attività non ho mai dovuto chiedere ausilio, nemmeno una volta, alle forze dell’ordine per gestire certi personaggi. Le eventuali controversie ce le siamo gestite noi, discutendo a tu per tu con i diretti interessati. Il nostro locale era dedicato allo stare assieme, in compagnia, e divertirsi in maniera sana. Non alle porcherie. Ce n’erano, e ce ne sono sempre stati, di posti del genere, usi a cavalcar le modo, capaci di restare in voga soltanto per pochi mesi, prima di essere travolti dagli eccessi o dalla insostenibilità del loro operato.
Quali sono stati i motivi della chiusura?
Abbiamo lavorato e collaborato con moltissime persone, e le ringrazio tutte. Con loro c’è sempre stato un ottimo rapporto, tanto che ancora ci si invita ai matrimoni, ai battesimi… La “colpa” è stata nostra. A mancare un poco di vocazione imprenditoriale, la quale non ci ha permesso di accorgerci che è quando le cose vanno bene che bisogna seminare, differenziare, innovare, e prepararsi ai momenti di calo. Soprattutto in un settore come il nostro. Bastavano le piccole cose: aggiungere magari un po’ di gastronomia, la possibilità di consumare anche soltanto un panino, un po’ prima rispetto a quando ci siamo accorti del naturale calo. Abbiamo poi convertito il locale alla ristorazione. Un intervento molto costoso il quale non ha del tutto ripagato: si tratta di un mestiere completamente diverso che richiede capacità, sacrifici e passioni diverse (dalla cucina alla sala). Tanti i se e i ma del passato: la possibilità di vendere, quella di cambiare… ma noi non torniamo indietro, e non cambieremmo nulla. Siamo felicissimi e molto grati per il mestiere che abbiamo fatto e per la vita che questo ci ha permesso di condurre, della quale non muterei nulla.
Anche dopo la chiusura della vostra attività, la vostra personalità caratterizzata da socievolezza e positività è rimasta…
Assolutamente! La cosa che più mi appassionava del mio lavoro era proprio lo stare in mezzo alla gente, portando loro un sorriso e una chiacchiera, conforto se necessario. Non ho mai visto il bicchiere mezzo vuoto, e non mi sono mai lasciato andare: ormai sono in pensione, ma nella mia testa mi sento ancora un ragazzo, pronto a lanciarmi alla prossima avventura (se mi chiedessero di gestire un altro locale, non ci penserei due volte ad accettare). Anche dopo la chiusura, quando presi a lavorare in azienda in attesa della pensione, non perdevo occasione per attaccare bottone con tutti, e di regalare un sorriso. Ho avuto un incidente sul lavoro, che mi ha fatto finire in ospedale e in centri riabilitativi per alcuni mesi. Anche lì, in diversi contesti, ho sempre avuto occasione di consolare chi, per una ragione o per l’altra, era rimasto solo, o abbattuto, o demoralizzato. Ho subito un’operazione senza la quale forse ora sarei paralizzato, ma ora sto bene e sono a casa, con mia moglie: la mia eterna compagna. C’è chi non si capacita di come una coppia possa non solo convivere a casa, ma persino coesistere, e con gran profitto, sul luogo di lavoro. Ebbene, io e lei siamo qui a testimonianza che sì, è possibile, e non solo è possibile, ma è anche molto bello.


