Elisa Belotti – Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un tipo di violenza che ci riguarda tutte, quotidianamente. Secondo i dati ISTAT più aggiornati, infatti, il 31,5% delle 16-70enni ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Durante il lockdown il numero delle telefonate alla rete antiviolenza (1522) è aumentato del 73% rispetto all’anno precedente. Il 39,3% della popolazione ritiene una donna in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole e il 23,9% dà la colpa al suo modo di vestire. Circa il 15%, inoltre, ritiene la donna responsabile della violenza se ha assunto alcool o droga.
Nonostante quest’anno non sia possibile realizzare eventi dal vivo, la città di Lumezzane trova altre strade per parlarne. Oltre alla fiaccolata virtuale con letture a tema, organizzata dalla consulta sociale, il parco Don Gnocchi di Faidana ha accolto un’installazione realizzata dal Centro Italiano Femminile. I tronchi degli alberi sono stati ricoperti di sciarpe fatte a mano, che si stagliano nello spazio pubblico e attirano l’attenzione su un problema strutturale nella nostra società.
Prima della violenza. Contro la cultura dello stupro
Ha senso parlare di un prima della violenza? Quando si pensa al 25 novembre e, in generale, alla violenza di genere, si pensa soprattutto a stupri e femminicidi, ma questi sono solo la punta dell’iceberg. Al di sotto ci sono altre azioni e atteggiamenti che, a lungo andare, causano queste forme estreme: tutti i comportamenti basati sul sessismo, le molestie, l’idea per cui gli uomini non riescano a controllare i propri istinti. Sono tutti modi di fare che appartengono alla cosiddetta cultura dello stupro. Non si parla, naturalmente, di una società che incoraggia lo stupro, ma di una cultura che non fa abbastanza per ridurre la disparità che porta a questo atto di violenza.
Cosa si intende per molestie e violenza? Il catcalling (fischi o commenti a sfondo sessuale urlati per strada), le molestie sul lavoro, la violenza domestica, quella psicologica, economica, lo stalking, la rimozione del preservativo senza avvisare la partner, la divulgazione di nudi fotografici senza consenso, le molestie online. A questi e molti altri si aggiungono il femminicidio e lo stupro, che non implica necessariamente un rapporto penetrativo (ad esempio anche il sesso orale senza consenso è stupro).
Per contrastare la cultura dello stupro sono sempre di più gli enti che agiscono sulla promozione del consenso e sull’educazione sessuale. La Rete bibliotecaria bresciana e cremonese ha raccolto, sul suo sito opac.provincia.brescia.it, dei libri a tema in una lista di consigli. Tramite il prestito a domicilio è possibile recuperarli e affrontare l’argomento anche con i più piccoli usando dei testi appositi. Un’altra strategia nata sul territorio è il progetto artistico “Codice 1522” di Martina Bellomi, che cambia la prospettiva con cui si rappresentano le vittime. Da Codice 1522 sono tratte le immagini che accompagnano questo articolo.
Dopo la violenza. A chi rivolgersi?
Ciascuna donna vive la violenza in modo diverso, ma è fondamentale avere degli strumenti per la tutela, la consulenza legale e il supporto psicologico. Ogni ente che opera sul territorio in questo campo tiene tra le mani un filo che ruota attorno alle donne e le supporta.
Il centro antiviolenza VivaDonna (335 7240973) si occupa della prima accoglienza delle vittime o delle survivor (sopravvissute) di qualunque tipo di molestia o violenza. Il termine vittima punta l’attenzione sull’esperienza subita, mentre survivor richiama un percorso di rifioritura. Delle operatrici preparate ascoltano poi chi si reca al CAV e, in base alla volontà della donna, le consigliano il percorso migliore: il sostegno psicologico gratuito e la consulenza legale tramite avvocate specializzate, a prezzo calmierato o gratuita. Il CAV viene contattato anche attraverso i pronto soccorso o i carabinieri e, se necessario, le donne vengono messe in sicurezza rivolgendosi a delle strutture di protezione diffuse sul territorio. In tempo di Covid la linea telefonica è sempre attiva e le consulenze psicologiche e legali avvengono in via telematica. Si consiglia poi l’uso dell’applicazione 112 Where ARE U che, in caso di pericolo di vita e impossibilità di telefonare, lancia un allarme e contatta i soccorsi.
Il CAV si occupa perlopiù delle maggiorenni, mentre le minorenni vengono sostenute dalla Civitas (366 6629803), che rimarrà aperta nonostante la zona rossa. Le ragazze coinvolte possono essere vittime sia di violenza assistita (vedono cioè la violenza subita da altre persone, ad esempio dalla madre) sia di violenza diretta e vengono inserite in un percorso psicologico.
Sono i CAV, i servizi sociali e gli ospedali a indirizzare le donne verso i sevizi della Cooperativa Il Mosaico quando è necessario allontanarsi dalla propria abitazione. L’associazione ha a disposizione tre case (Casa 8 marzo, Maristella e Mamma Margherita) in cui sono accolte le donne che hanno bisogno di protezione. Vengono dati loro vitto, alloggio e un intervento educativo per le prime settimane, compreso il supporto ai figli e alle figlie minori, e poi vengono accompagnate in percorsi di autonomia e di orientamento al lavoro.
L’associazione Meti a Brescia, invece, si occupa degli abusi d’infanzia, una forma di violenza spesso taciuta, sia dalle famiglie in cui si verifica, sia dalla società. Meti è tra le associazioni pioniere in questo campo e offre uno sportello che indica a chi lo contatta come muoversi per avere consulenza legale o sostegno psicologico nell’immediato. Inoltre prevede dei gruppi di auto-mutuo-aiuto per una rielaborazione successiva della violenza, in cui confrontarsi con persone che hanno vissuto la stessa esperienza. Non sono previsti limiti d’età e possono partecipare anche le minorenni con il nulla osta di chi ne ha la tutela.
La sezione bresciana di Non una di meno punta poi l’attenzione sul carattere sistemico della violenza, sul fatto che essa sia un problema culturale. Organizza quindi dei dibattiti e delle manifestazioni, in questo periodo interamente online, che sensibilizzano sul tema. Forniscono inoltre supporto a tutte le donne che si trovano in situazioni difficili, dalla violenza domestica alla difficoltà di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.
Infine Suns (da contattare tramite la pagina Instagram @suns_endrapeculture), il progetto di Benedetta Lo Zito (@v
itadibi_), organizza dei gruppi di auto aiuto su Zoom per le vittime di stupro. Sono degli spazi sicuri, con cadenza settimanale e gratuiti, in cui confrontarsi con chi ha esperienze simili. Inoltre, grazie a una raccolta fondi e alla vendita delle magliette che promuovono la consapevolezza, è stato possibile organizzare delle sedute di psicoterapia mensili di gruppo. La fondatrice del progetto partecipa anche a convegni e progetti educativi volti a contrastare la cultura dello stupro. Leggere, discutere, informarsi, educare ed educarsi sono infatti i passi fondamentali per rovesciare l’intero iceberg. E si può iniziare dalla propria comunità.


