I titolisti dei giornali non sanno come definirla: nonna Birbes, signora Birbes, l’anima della panetteria, non sono in grado perché non era lei che faceva una professione, e nemmeno una professione che faceva lei, ma lei definiva la sua attività la quale a sua volta definiva lei.
C’è una immagine che sintetizza la sua vita, la sua professione: lei che soffia su una candelina su una torta.
Ecco, in quello scatto si nota quanto la donna intenda farsi evanescente, scomparire e lasciare lo spazio al dolce. Si nota come soffi a bassa voce per non spostare lo zucchero a velo, si indovina facilmente come scruti la fattura e i bordi, si intuisce
come l’unico modo per sentire “suo” quel dolce sia quello di percepirlo per gli altri e non per un godimento egoistico.
Lei, Barbara Posio: Barbarina, un nome che evoca, anche nella versione diminutiva, l’eleganza delle Nozze di Figaro, la
figlia di Ludovico III Gonzaga.
Una signorilità d’altri tempi, ma mai superata, mai consumata, perché solo chi insegue le mode può rischiare di non stare al passo. Lei ha sempre incarnato un ideale insuperato di aplomb signorile. Picchiettava sui tasti dei moderni registratori di cassa con l’indice premendo a fondo così come si imprimeva con i primi registratori della RIV, qualcuno se li ricorderà, quelli con la manovella.
Il resto lo restituiva fermandosi un istante per controllare se il centesimo fossero in realtà due o cinque. Non era taccagneria, era, ancora una volta, il vivere e far rivivere il tempo in cui la moneta non era cianfrusaglia rumorosa nelle tasche, sciacqua coscienze per indigenti all’angolo, combinazione per carrello della spesa, ma denaro da rispettare, quasi da accarezzare e valorizzare già nello sguardo.
Teneva sempre lo sguardo basso, a lei bastava con la coda dell’occhio scorgere il genere per declinare la reverenza al
maschile o al femminile.
“Venti centesimi al signore” scandiva con una voce la cui estensione e il peso non variavano dinanzi allo studente, al notaio, alla casalinga.
“Ecco a lei, grazie signore”, quel “signore” che non era di misura, non era manierismo, quell’occhio basso che non era
autismo commerciale, era la grammatura della proporzione insegnatale in tempi in cui la confidenza ammazza la
reverenza ed è madre della mala creanza, in cui ai sacerdoti, ne “L’imitazione di Cristo”, veniva insegnato che la
benevolenza non significa confidenza, anzi.
Ecco quel “signore” dall’accento stilnovista, che eleva ogni miseria e “deposuit potentes de sede” senza che nessuno si
senta sminuito, peraltro.
Risulta fin troppo facile l’accostamento di immagine con il “dacci oggi il nostro pane quotidiano” nel suo lavoro, ma è in
questa incapacità montiniana di cedimento all’emozione la vera capacità di sorprendere e di emozionare.
Quell’essere sempre uguale a se stessa, come le pizze, cotte in quelle teglie rotonde, senza adeguamenti a gusti impressionisti, senza il politicamente corretto delle forchette: il primo street food ante litteram, l’avanguardia passatista.
Più di cento anni, un tempo che pare superare la cronologia per farsi cronistoria, che non è più biografia ma bibliografia.
Quella di una città, di tanti scioperi che nella pizza di Birbes vedevano la fascia del traguardo, il fotofinish della bigiata, lo
skilift per tanti nuovi amori, tutto sempre condonato perché già sperimentato nella generazione antecedente.
Azione e ricreazione, in quel centro storico che è agorà ma al tempo stesso leggermente defilato, come si addice a ogni tipicità che non deve essere divorata dal turismo ma deve essere conosciuta, non esposta.
Ogni definizione del locale, della pizza, degli altri prodotti, è interscambiabile con quella della Barbarina.
Se dovessimo trovare un termine parleremmo di autenticità, che non ha bisogno di propagande e di slogan, di marketing e di adeguamenti, di incapacità di ricerca del consenso. Forse per questo ne ha avuto.
Ne ha avuto tanto.
Matteo Salvatti


