Gemma Donati – Sessantadue. È questo il numero che oggi descrive la dotazione di defibrillatori presenti a Lumezzane, strumenti discreti ma essenziali per trasformare un attimo di tragedia in una possibilità di sopravvivenza. Il dato emerge dal monitoraggio provinciale e fotografa una città che, nel tempo, ha costruito una rete di sicurezza capillare fatta di dispositivi distribuiti tra scuole, impianti sportivi, spazi pubblici e aree di grande affluenza. Il loro ruolo non è teorico. Ogni anno in Lombardia arrivano circa 12mila chiamate per arresto cardiaco
In quei momenti, il tempo è tutto: le cellule cerebrali resistono pochissimi minuti senza ossigeno e la rapidità dell’intervento diventa l’unico fattore che può cambiare un destino già segnato. È qui che il defibrillatore entra in gioco, perché consente di avviare una scarica elettrica capace di ripristinare il battito.
A differenza di ciò che molti pensano, il Dae non è uno strumento riservato ai medici. La legge lo dice chiaramente: può essere usato da chiunque, anche da chi non ha mai frequentato un corso specifico. Gli operatori del 118, tramite una chiamata al numero unico 112, guidano passo dopo passo chi si trova accanto alla persona colpita, fornendo indicazioni sul massaggio cardiaco e sull’utilizzo del dispositivo. Non serve coraggio, serve solo non voltarsi dall’altra parte.
I numeri raccontano bene la portata di questo fenomeno. Nel Bresciano, i defibrillatori registrati sul portale Paddles – la banca dati regionale che mappa tutti i dispositivi accessibili – sono quasi 3.500. Solo cinque anni fa erano poco più di 1.500. Un raddoppio che parla di sensibilità crescente, di enti pubblici, associazioni e privati che hanno scelto di investire in cardioprotezione. Lumezzane, con i suoi 62 apparecchi, è parte di questa crescita.
Ma c’è un aspetto che rischia di vanificare ogni sforzo: i defibrillatori non registrati. Chi non segnala il proprio dispositivo alla piattaforma regionale lo condanna all’invisibilità. In caso di emergenza, infatti, gli operatori della centrale operativa non potrebbero indirizzare il cittadino verso quel Dae, anche se si trovasse a pochi metri di distanza. È come avere un estintore nascosto in uno sgabuzzino: esiste, ma nessuno saprebbe usarlo nel momento giusto.
L’esperienza insegna quanto questa attenzione sia fondamentale. Non è un caso se alcune storie finiscono per diventare simboliche. Pochi mesi fa, a Lodrino, un ragazzo di 22 anni è stato salvato mentre giocava a calcio all’oratorio grazie al defibrillatore installato in campo e al pronto intervento dei presenti. Un intreccio di fattori – la presenza del dispositivo, la prontezza di chi era lì, la catena di soccorso immediata – che ha trasformato un malore improvviso in una seconda occasione di vita.
Dietro i numeri ci sono dunque responsabilità concrete. Significa assicurarsi che i dispositivi siano sempre funzionanti, che le batterie vengano sostituite quando serve, che i luoghi in cui sono collocati siano accessibili. Significa anche promuovere la formazione, perché se è vero che chiunque può usare un Dae, è altrettanto vero che la conoscenza aumenta sicurezza e velocità d’azione.
Per una città come Lumezzane, 62 defibrillatori non rappresentano solo un dato statistico, ma un impegno collettivo: la volontà di costruire una rete che protegga i suoi abitanti in ogni momento della giornata. Una rete che non si vede, ma che può fare la differenza quando ogni secondo conta.
E forse è proprio questo il messaggio più forte che questi strumenti portano con sé: la cardioprotezione non è un concetto astratto, ma la dimostrazione che la tecnologia, unita alla responsabilità delle persone, può trasformarsi in vita. Basta sapere che c’è, e non avere paura di usarla.


