MATTEO SALVATTI
– Jury Magliolo è un po’ lumezzanese! Giusto?
Sì, mio padre, Giuseppe, è nato a Lumezzane. Ho ancora zii made in Lumezzane. Aggiungo: mio padre è stato un creatore di “Quelli della piazza”, realtà molto nota nell’ambito artistico e musicale. Anch’io da giovane ho suonato moltissimo in questa associazione.
-Jury e Renato Zero. Vorremmo partire da qui, dalla fine, ma riavvolgiamo l’audiocassetta (a proposito, ti piacciono?) e guardiamo il film della tua vita. Jury piccolo, a sei anni, con la chitarra, giusto?
Si, ho iniziato con quella e come hai detto tu, ascoltando musica attraverso le audiocassetta (più facili da maneggiare per i bambini) e i vinili.
Suonavo già alle elementari, portavo la chitarra a scuola.
– Si dice che Mozart divenne il mito che conosciamo perché all’asilo gli regalarono un pianoforte. E’ stato così anche per te? Hai musicisti in famiglia? Hai debiti di gratitudine musicale?
Lo devo a mio padre, musicista per passione. Amante del folk, del blues. Ho ascoltato tantissimo la musica americana inizialmente.
Mi ha sempre appoggiato e stimolato, poi ho preso la mia strada.
– Qual è stato il tuo cursus brevemente? Quali i tuoi traguardi di cui vai più fiero?
L’esperienza a Xfactor 2009 è quella che mi ha fatto conoscere ad un pubblico più grande e vario per un periodo consistente.
Una vetrina indimenticabile, che mi ha stimolato a concentrarmi sullo studio musicale e su vari tipi di approccio alla musica e spettacolo, per esempio viaggiando negli stati uniti per registrare con un produttore americano e i suoi musicisti le canzoni che poi sono state pubblicate con grandi etichette italiane.
Oltre alla tv ho avuto molte soddisfazioni musicali presentando quelle stesse canzoni davanti al pubblico dei grandi artisti in location giganti, esibendomi come opening act, uno fra tanti l’artista preferito di quando ero adolescente, Jamiroquai, inoltre John Legend, The Dave Matthews Band, Joss Stone.
In ultimo realizzare e pubblicare autonomamente nel 2017 il mio concept album Emerald Lullabies insieme a mio fratello è una delle cose alla quale tengo di più.
– Curiosità forse atipica: quando hai detto a te stesso, caspita, ce l’ho fatta, non sono più solo un appassionato, ma sono un musicista, un musicista vero? C’è stato un episodio che ti ha dato questa consapevolezza?
Suonare nei club degli Stati Uniti ed avere credibilità con quel tipo di pubblico così predisposto alla musica, da parecchia forza. Un po’ come superare un esame, forse.
– E veniamo a Renato Zero. Raccontaci come è nato quello che parrebbe essere un sogno.
Anche questo, sì, è un altro grande sogno. Stimo Renato Zero dall’infanzia perché mia madre essendo una sua grande fan mi faceva ascoltare le sue canzoni già da piccolo.
Zero cercava dei cantanti coristi per il nuovo tour e ha chiesto a Mario Biondi di aiutarlo nell’impresa (ho conosciuto Mario dieci anni fa ad un concerto nel quale eravamo entrambi ospiti) lui si è confidato anche con i suoi coristi i quali hanno suggerito di chiamare anche me per le audizioni del tour e così è andata.
Essere parte di questo enorme spettacolo è per me qualcosa di importante, anche se spesso mi trovo a fare cose diverse dal corista ho potuto imparare a sostenere un’artista che comunica in una maniera incredibile col pubblico, oltre ad innumerevoli insegnamenti, sono però sono anche convinto di aver messo il massimo della mia personalità seppur confinata nel ruolo del corista dello show.
– Ci sono stati nei momenti in cui hai avuto dei ripensamenti, in cui hai sbottato: “Basta, mollo tutto, cambio vita”?
Sì ma non per accadimenti particolari, spesso per provare a concentrarmi su altri ambiti, dovendo dimostrare a me stesso che sono in grado di fare anche altre cose oltre alla musica ho ripensato, ma in questi pochi momenti ho sempre trovato a portata di mano delle possibilità artistiche rilevanti, forse perché tendo ad essere eclettico e la mia versatilità musicale mi ha concesso di suonare chitarra, basso, tastiere, cantare, produrre, scrivere. Mi sento fortunato ad avere più risorse, io penso alla musica e allo show poi per il resto basta stupirmi di ciò che arriva, consiglio infatti di non puntare troppo in alto e poi rimanere delusi.
– Cosa significa essere un cantante, un musicista, un produttore negli anni venti del duemila? Cosa è cambiato anche solo rispetto a venti, trent’anni fa? In tutti i settori, sia per la diffusione musicale che per quanto riguarda la composizione, sia a livello di argomenti trattati che di strumentazioni.
Io ho un’attitudine che ha le sue radici nella musica ’60/’70 e trovo che certa musica non abbia tempo, invece l’industria musicale è cambiata così come sono mutate altri tipi di industrie, una crisi incredibile che però ha generato parecchie possibilità per piccoli artisti e trovo stimolante che siano cambiate le carte in tavola.
Le strumentazioni diversamente non sono cambiate così tanto. Si è iniziato a registrare con i computer, drum machine e sintetizzatori già alla fine degli anni 70, la modernità sta nelle tematiche, i testi e gli arrangiamenti.
Io mi concentro sulle sonorità che mi vengono spontanee, senza pensare a cosa sia moderno o no. Il folk e il rock-soul sono comunque per me la base di partenza.
– Vuoi parlarci un po’ di te? Quando ti eserciti, se la musica è una amica o una droga, se lo fai con rigore quotidiano o quando ti senti ispirato…
Prevalentemente suono tutti i giorni, ma nei periodi più liberi preferisco mettermi a suonare solo se sono ispirato, non amo la ripetitività nel mio quotidiano porta a poco. Ascolto, tantissimo, provando ad aprire le mie vedute in modo naturale.
Mi piace la definizione che hai usato, la musica è sempre nostra amica e in momenti sa essere vera droga.
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