Un Natale…lumezzanese…negli anni ’40

Un Natale…lumezzanese…negli anni ’40

DI EGIDIO BONOMI

El ria Nedàl, el ria Nedàl!.. Nella grande casa all’ombra dell’antico campanile, i più piccoli dei dodici figli di Piero e Tina, si rincorrevano al grido: «El ria Nedàl, el ria Nedàl!..». Anni Quaranta, cupi di guerra. «El ria Nedàl, el ria Nedàl!..», cantilenava Menico, cinque anni, saltellando sotto il portico o nel caldo della forneria di papà Piero. In quel «el ria» il senso ingenuo dell’attesa di Colui che sarebbe arrivato.

Menico, al primo buio, era messo a letto da mamma Tina. In ginocchio, ripeteva meccanicamente le preghiere della sera, ma s’infervorava all’invocazione: «Bambin caro, Bambin soave, del mio cuor ti do la chiave, apri e chiudi a tuo piacere, fa di me del tuo volere» e immaginava un grande cuore palpitante, con una porticina  ed una chiave sterlucenti d’oro che un grassottello Bambin Gesù introduceva nella toppa per aprire il cuore di Menico e adagiarvisi leggero come fiocco di neve. S’addormentava così, Menico, già sveglio alle cinque e mezza del mattino per servire nelle vicina chiesa come chierichetto.

Don Vigilio, l’arciprete, gli sembrava un gigante quando intonava l’antifona della novena di Natale, la voce dispiegata in quell’imperativo «Regem venturum Dominum, venite adoremus» (sta per arrivare il Signore, venite, adoriamolo). Menico non capiva, ma percepiva la magia delle parole. Don Vigilio appariva rapito quando a gola piena auspicava: «et colles fluent lac et mel, quia veniet propheta magnus…» (e i monti stillino latte e miele perché verrà il grande profeta). Il canto risaliva tra le volute odorose dell’incenso ad imbalsamare l’aria della grande chiesa.

Così per nove mattine. Menico, col mantellino color topo, le scarpe alte che crocchiavano sulla neve gelata, andava nella chiesa anche di giorno, perché Onorino, il sagrista, allestiva il presepe coi ragazzi dell’oratorio, nell’incanto del muschio colto fresco fresco sulle ripe del torrente di fondovalle. Anche a casa i fratelli maggiori facevano il presepe sul sinuoso pianoforte a coda lungo un’intera parete della saletta – la stanza di riguardo, per ricevere gli ospiti – dove cinque dei dodici figli di Piero e Tina si contendevano la tastiera per  «imparare a suonare…».

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