
Verrebbe da domandarselo. E non solo perché la nostra nazione ne avrebbe bisogno, ma anche perché, per indole, siamo il Paese per antonomasia che cerca “i santi in paradiso”, anche se (troppo) spesso li scova nelle raccomadazioni con la scusante del tengo famiglia.
Oggi è San Francesco, ufficialmente ancora patrono d’Italia. Un tempo gli studenti lo celebravano con l’euforia di chi incassa un giorno di vacanza. Oggi, sebbene il sentimento religioso si sia affievolito, nessuno protesterebbe per il suo ripristino.
Ora, vivendo in un’epoca che ha come Pontefice un uomo che ha presto in prestito il nome dal poverello di Assisi e che ha esordito con: “Come vorrei una chiesa povera. Povera e per i poveri” ci si aspetterebbe una commemorazione maggiore di quanta invece non verrà concessa.
Il 4 ottobre era la giornata in cui si benedivano nelle cascine gli animali, e quelli domestici si recavano in chiesa o sul sagrato per il rito, sebbene questi di colpe non ne avessero mai commesse, non disponendo di un libero arbitrio strutturato come quello dell’uomo, nonostante indebolito dal peccato originale e dalle colpe attuali.
Era, insomma, anche per loro, l’unico giorno dell’anno in cui non si dovevano sentire come “cani in chiesa”. E il pensiero era proprio quello legato a quell’uomo che preferì la compagnia delle bestie agli averi del padre. Una scelta di libertà, impareranno molti, anche tra i poco frequentatori del catechismo, grazie al Musical “Forza Venite Gente” e al suo ipnotico ritornello: “Forza venite gente, che in piazza si va, grande spettacolo c’è. Francesco ha scelto la sua libertà” e il padre che taglia corto: “Figlio degenerato che sei”.
A lui sono attribuiti molti testi, tanti probabilmente apocrifi. Tra i più noti resta la “preghiera semplice” (sebbene non sua e anche recente) che molti imparammo a memoria, anche perché era semplice anche nella memorizzazione. Alcuni aforismi sembrano contemporanei anche perché hanno il sapore dell’incitamento da parte dei coach: “Iniziate a fare il possibile e vi ritroverete a fare l’impossibile”, “Fai attenzione a come pensi e a come parli, perché può trasformarsi nella profezia della tua vita“.
Come a tutti gli uomini destinati a diventare aggettivi (francescano è un termine che indica uno stile, non solo una congregazione religiosa) le fantasie che deragliano in fantasticherie non sono ingrediente che può mancare: che rapporto ebbe davvero con Chiara. Lei disse: “Ho vissuto il cristianesimo con gli occhi di Francesco”, che è una bella dichiarazione d’amore.
Aveva un’idea di fratellanza universale ben diversa da quella della Rivoluzione Francese. Nel suo componimento più celebre, “Il Cantico delle Creature” chiamò la morte sorella, come il sole, l’acqua e tutto ciò che lo avvolgeva, il che certo fu un azzardo, dato che fu da sempre predicata come estrema conseguenza del peccato.
Rischiò di venire bollato come uno dei tanti eretici fondatore di uno scisma. Ma gli andò bene e già in vita era considerato un santo e i traffici di reliquie si imposero anche sulla sua persona. Cosa alquanto ardua, dato che lui non possedeva nulla. Ecco allora che i devoti si ridussero a dover sottrarre le unghie tagliate, con vivo disappunto del futuro santo.
Chiamava “Madonna” la povertà, consegnandole un titolo onorifico che certamente molti suoi devoti faticano a decifrare.
E’ stato definito il più poetico e il più italiano dei santi. E il fare dei santi una graduatoria, una classifica calcicistica, dice tanto, non su Francesco, ma sugli italiani.
di Matteo Salvatti


