11 Settembre, una storia italiana

11 Settembre, una storia italiana

A volte non servono molte ragioni per argomentare una evidenza. Contra facta non datur argumenta, tagliavano corto i latini: dinanzi ai fatti, le parole mostrano un volto troppo pallido per esser preso sul serio.

Basta dunque una ragione per palesare quanto l’11 settembre non sia soltanto una tragedia americana. Quella data ha infatti siglato la biografia di tutti noi. Quella polvere di vento è stato un evento per ciascuno anche qui, e la prova bastevole è quella della memoria.

Non vi è supporto magnetico che possa equiparare ciò che conta come la memoria. Ecco che, come per gli altri eventi che (di)segnano le nostre esistenze, dalla prima comunione alla nascita del fratellino, dagli esami di maturità alla prima vacanza da soli, ecco che anche ogni italiano ricorda l’11 settembre.

Ognuno l’ha vissuto all’interno di una giornata che avrebbe dovuto essere feriale, ma che, al contrario, è stata caricata di così tanta emotività ed elevata a giornata indelebile da contagiare per contatto temporale tutto quanto gravitasse attorno a quella bolla prossemica.

Tutti abbiamo il nostro 11 settembre, quindi. E tutti esordiamo, spinti dalla retorica di una narrazione che sentiamo nostra, con: “Io quel giorno stavo…” che è l’antefatto al disastro, l’entrée al banchetto dello sgomento.

Il male assoluto ha il potere di immortalare la ferialità rendendola ignara di stessa. Quell’espressione “Io quel giorno stavo…” è implicita ammissione di non immaginabilità, di quanto lo straordinario (inteso come fuori dal normale) irrompa nella reiterazione e la impasti conferendole il suo stesso sapore.

Forse di nessun altro evento (specialmente per chi ma meno di settant’anni) ci si ricorda i prodromi e nessun altro evento non è catalogato sull’atlante della storia, ma recintato nell’agenda del proprio profilo.

Da Ferruccio De Bortoli che qualche anno fa descrisse l’evento partendo dalla memoria di quel pranzo col questore di Milano poche ore prima del primo schianto, fino a Oriana Fallaci che in quell’articolo sul Corriere (che divenne poi motivo di rabbia per molti e di orgoglio e molti altri) sostenne di aver avuto una sorta di presagio.

Tutti parliamo di come ci stavamo orizzontando in quel mondo che stava per finire perché tutti, forse inconsapevolmente, vogliamo timbrare la nostra partecipazione a quel Golgota e chiarire quanto i fatti non siano stati da noi visti, ma vissuti, non appresi, ma partecipati.

In fondo l’obiettivo del terrorismo è questo: moltiplicare le vittime tramite un principio di autoidentificazione. Perché ognuno si sente partecipe della casualità altrui, che, in quanto tale, è un parto gemellare dove è il nostro-uguale ad esser stato bersagliato.

Quella data attestò per la prima volta che anche la paura poteva venire globalizzata.

di Matteo Salvatti