Non è la mia stagione preferita: a me piace l’autunno, con le sue sfumature, il suo calore non invadente, la sua saggezza che si fa temerarietà; la volontà di non cedere all’inverno. Da oggi è primavera, la stagione delle poesie, come asseriva Donato di Poce, il quale era convinto che anche gli alberi sono in grado di comporne, e solo gli stupidi pensano si chiamino fiori.
Potremmo vivere anche senza stagioni, così come senza festeggiare anniversari e compleanni, ma abbiamo bisogno idealmente di segnare dei confini al tempo, di riproporli, di riesumarli. Ognuno ha il suo compleanno, il mondo, probabilmente, ha la primavera per far festa.
Qualcuno asseriva che la primavera non è primavera se non arriva troppo presto. Forse è vero. Non so perché, ma quando ero piccolo in famiglia tutti mi ricordavano sempre quando iniziava la primavera: per le altre stagioni si poteva soprassedere. Un anziano scrittore tanti anni fa mi confidò: “I tuoi pezzi non consegnarmeli adesso, se vuoi che li legga e li apprezzi, conservali: poi rimandameli in primavera“.
Non ho mai pensato che la primavera invidiasse l’estate, al contrario: è l’estate che cede alla bulimia e all’eccesso non riuscendo a danzare lo stesso elegante spartito. Non è un caso che le squadre di calcio abbiano “la primavera” e non altre stagioni: il futuro non comincia con l’inverno e la primavera non ne è antesignana, ma premonitrice. E’ proprio vero, infatti, che per morire di maggio ci vuole molto, troppo coraggio.
Questa è la stagione che ci vede più coinvolti, che ci tocca da vicino: le altre sanno arrangiarsi da sole. La primavera, invece, ha bisogno di noi: così fragile, così provvisoria, così tentennante. In fondo, se ci si pensa, dire di sì alla primavera significa dire di sì alla vita.
di Matteo Salvatti


