COVID-19 e i Nostri Medici: la Testimonianza della Dottoressa S. di Lumezzane

Abrami Emanuele-Non si può parlare di emergenza COVID-19 senza parlare di (e con) medici. In tutto il mondo così come in tutta Italia gli operatori sanitari si stanno distinguendo per dedizione, eroismo, spirito di sacrificio e di abnegazione. Si può dire lo stesso, anzi, molto di più, osservando lo straordinario lavoro fatto dai medici e dagli infermieri nella nostra zona e nelle nostre province. Per noi è quindi un onore e un privilegio poter intervistare la dottoressa S. , di Lumezzane, impegnata presso un ospedale della nostra zona.  Preferisce rimanere anonima. Un gesto che rimarca, simbolicamente, la grandezza dei nostri professionisti della sanità, in particolare durante questa crisi. Anonimi sono infatti i volti di tutti loro, coperti dalle mascherine protettive, e, anziché sfruttare il momento per guadagnare fama e prestigio, si pensa al dovere, al lavoro, e alla sanità pubblica.

Può capitare, talvolta, nella genuina volontà di rendere merito ai nostri dottori ed infermieri, di definirli eroi. Così facendo, però, alla lunga, si può incorrere nel rischio di dimenticare che sono, prima di tutto, donne e uomini. Padri… e madri, come la dottoressa S. , madre di due bambine molto piccole, che l’emergenza COVID-19 ha costretto lontane da lei per intere settimane. Una distanza non facile da vivere, soprattutto per chi si spende 7 giorni su 7 in ospedale (almeno durante i primi tempi dell’emergenza), in turni più che estenuanti, per garantire la nostra salute. La dottoressa S. ha preferito, per tutelare la sua famiglia, come altri colleghi che ne hanno avuto possibilità, auto-isolarsi. Almeno finché le bambine non hanno cominciato a soffrire troppo la distanza. A quel punto,  tornata, riducendo gli spazi ma non la  prudenza. 

All’inizio, nell’ospedale presso il quale lavora il timore di potersi infettare ed infettare familiari, era molto alto fra i medici. D’altronde, era già successo in Cina. Fortunatamente, però, la percentuale è restata molto bassa, grazie alla presenza di massicce scorte di DIP (mascherine, guanti, tute…) e al loro corretto impiego. Col tempo, si è imparato a “prendere le distanze” dal virus. Le cose sono migliorate, i timori si sono ridotti, e, dopo un mese di funzionamento dei protocolli e delle misure cautelative, nonostante l’alta esposizione al virus, i timori della dottoressa si sono molto ridotti, fino, appunto, a consentirle di ritornare presso la sua famiglia (pur sempre sempre mantenendo certe “distanze di sicurezza”). Non tutti si sentono così: c’è chi teme di abbassare la guardia via via che si sente più sicuro, e non usare i presidi medici in maniera corretta (anche a causa della stanchezza). D’altronde, non ci sono giorni di riposo. Non per il personale sanitario, non in questa guerra contro il COVID-19. Ed è naturale che stanchezza e stress si accumulino. 

La dottoressa S. ricorda spesso, nella nostra chiacchierata, che quella del medico non è una missione, ma un lavoro. Eppure, ci riesce difficile non vederli un po’come angeli (lei e tutti gli altri dottori), dopo aver saputo di quanto stanno facendo per i loro pazienti. Curarli dal male fisico non è la sola loro preoccupazione: vista l’impossibilità di portare visita e conforto da parte dei cari, sono stati i dottori ed i medici ad assumersi questo incarico tanto “umano”.

All’inizio in ospedale arrivavano pazienti con situazioni pesanti, complesse, pazienti già gravi… e soli. Ecco che allora il ruolo dell’operatore sanitario si trasforma: sono persone come la nostra dottoressa S. a rappresentare luminose figure di supporto emotivo, supportando i malati permettendo anche le chiamate e le video-chiamate coi loro cari. Naturale che si sviluppi un legame di grande fiducia e rispetto, una piccola meraviglia nella tragedia. Un tipo di legame che, forse, dice, i medici dovrebbero sempre cercare di incoraggiare: oltre al clima di positività si sviluppa anche una grandissima fiducia. 

Comunione d’intenti anche per gli specialisti: mai un’esperienza di questo tipo ne aveva messi tanto a contatto all’interno della struttura ospedaliera (sono state infatti concepite équipes miste per contrastare la crisi). C’è un bel sentore di collaborazione e scambio culturale e interdisciplinare. Tante, quindi, le “bellezze collaterali” che questa emergenza sanitaria ha fatto emergere. 

Una grande responsabilità, quella che la dottoressa ci racconta di vivere. Un onere che condivide con tanti altri medici. Fortunatamente, oltre ad essere anche il punto di riferimento dei tanti conoscenti e familiari ammalati, a “darle la carica” ci pensano gli amici e i parenti della nostra comunità. Fa sempre piacere ricevere messaggi d’incoraggiamento, soprattutto da persone che magari non si sentiva da tanto tempo. 

Una carica che ha sostenuto il personale sanitario nel suo dovere professionale e civile sinora, anche e soprattutto nei momenti più difficili, come quando la dottoressa ha dovuto portare l’ultima carezza dei figli a dei pazienti in fin di vita, o riferire le ultime parole dell’uno agli altri. Attività che esulano dalla professione medica, contatti umani che hanno costellato la quaresima di questa donna e di tutti i suoi colleghi. C’è stato un grande avvicinamento, in questo senso, molto positivo, ad una dimensione che va al di là di quella limitata terrena. E un affidamento incondizionato a Dio.  Per la dottoressa S. i veri eroi, che le hanno permesso di fare tutto quello che ha fatto e sta facendo, sono proprio coloro che l’hanno spronata, e fra loro i genitori e il marito che, fra le altre, si sono tanti impegnati nella cura delle figlie. 

Le figlie della dottoressa S. hanno capito perfettamente la situazione fin dall’inizio, e hanno avuto la fortuna di essere protette e curate sia dal marito (che sta lavorando secondo le nuove dinamiche del “lavoro agile” o “smart-working”) che dei nonni. Bambine sveglie, che immaginano la mamma impegnata in un’epica battaglia per sconfiggere il malvagio virus che minaccia pazienti che, visti i numeri, sono stati divisi nella loro immaginazioni in due grandi categorie. Ecco che allora tutte le sere, in video-chiamata, la più piccola chiedeva sempre alla madre come stessero “Vallino” e “Rosa”(il primo appellativo a rappresentare tutti i pazienti maschi e il secondo per le femmine) e a incitare la madre e i colleghi a sconfiggere questo male, così da poterle far tornare all’asilo dai loro amici. Sono storie che fanno sorridere, ma che nascondono, come spesso succede con i bambini, una visione semplice e molto profonda della realtà. Fortunatamente, loro hanno avuto la possibilità di restare al sicuro e tranquille: molti altri colleghi vivono in contesti diversi e hanno dovuto adottare differenti soluzioni. 

L’augurio della dottoressa lumezzanese S. è che questa esperienza così assoluta posso servire anche al futuro, e che non lasci solo un ricordo negativo. Fondamentale il continuare ad avere attenzione e a rispettare le regole. Semplicemente, ad avere più senso civico. Dopo essersi goduta qualche ora con le figlie, Silvia si è sentita pervasa da un senso di serenità molto intenso. Per questo ricorda quanto sia importante in questo momento ricordare di godersi gli affetti, soprattutto i nonni che sono fonti inesauribili di bellezza ed esperienza. Allora, viviamoli, viviamoci, viviamo appieno (sempre a distanza di sicurezza) ogni momento, perché non sappiamo mai cosa potrebbe accadere domani.