di MATTEO SALVATTI
Come in una sorta di ideale ritmo circadiano della vita, se ne è andato al termine del giorno più lungo dell’anno, dove la luce supera le tenebre, dove a vincere è la pienezza dell’esistenza, lui, che ha conquistato una vita piena in senso cronologico ma anche in termini di compiutezza, di realizzazione personale e oblativa. Giorni pieni di vita e vita piena di giorni. Multa e multum avrebbero definito i latini.
E la sua dipartita silenziosa si contrappone ai giorni antecedenti il Natale, i più brevi dell’anno, i più bui, che lui cromatizzava negli appuntamenti che trasformano la ritualità in rito, perché plasmati dal carico dell’affetto.
Sì, telefonava, Oreste. Chiamava per porgermi gli auguri con quella solidale vicinanza che quasi lambiva la soggezione. Oreste sapeva sorridere, sapeva essere serio, lo vedevi tristemente sorridente e sorridentemente triste. Sempre profondo. Fu tra i primissimi sostenitori, nel 2009, del Punto. Ogni mese in cambio del suo appoggio generoso gli offrivamo una vetrina di visibilità di cui certo non abbisognava: «Mi raccomando: scultore autodidatta», precisava. E l’intimità dello scultore lo si percepiva proprio anche da queste espressioni, perché si sa che la scultura è già nella pietra, basta togliere il superfluo. E lui riteneva superfluo tutto ciò che fosse orpello, panegirico, esaltazione. Anche se avremmo voluto più volte celebrarlo, ma l’avremmo messo a disagio. Eppure non avremmo avuto difficoltà ad elencare le sue prerogative peculiarità. L’effige di Gesù da lui forgiata protegge officine e uffici, aziende pubbliche e abitazioni private. Non erano lavori sotto dettatura del conio, non si è mai avvertita reiterazione meccanica, serialità, ogni manufatto era accresciuto e rafforzato dall’intensità del suo sentimento, del pensiero che ti faceva percepire come depositario di un dono d’unicità.
Primo di cinque fratelli, col placarsi del conflitto mondiale lo si scorge partire dalle basse per arrivare in alto. Da Orzinuovi – la nostra patria comune, più ancora: era amico e classista di mio nonno, anno del Signore 1926, – giunge nella valle dell’oro presso uno zio, qui incontrerà Rita, che sposerà nel 1948.
Lavora, indefesso, tenace, presso diverse ditte. Mi riferiva sempre: «Arisitide Tea Pasotti fu il mio maestro, devo ringraziarlo ogni giorno» per cui sì, Oreste, anche in questo pezzo lo nomino, perché so che me lo avresti chiesto.
Poi nel 1960 lo spirito imprenditoriale emerge e con esso risultati brillanti: suoi clienti avevano come committenti la Ford, la Fiat. I suoi stampi giungono in America, nei paesi dell’Est. Aritmetica e etica, in un programma di autogoverno capace di creare sentendosi creature.
Nei primi anni settanta poi la vita gli riserva l’appuntamento con lo scultore Gino Casari, da cui seguiranno i corsi di anatomia ma anche l’anatomia dei corsi: non basta apprendere, bisogna trasmettere. E la fondazione della Cooperativa artigiani di Lumezzane che presiederà fino al 1986. Il pallottoliere non contiene i riconoscimenti ma Bartali ci insegna che le medaglie più preziose si appendono all’anima, e Pezzola anche di quelle medaglie ne disponeva, eccome.
E, naturalmente, la sua creatività, in particolar modo con la cera persa.
Fermarcarte, monumenti, targhe, formelle, busti, quella che umilmente definiva una sala espositiva era un museo, dove lui era artista e guida, cicerone e maestro, critico e fautore. Un museo che non si accontentava d’essere prestigioso ricovero delle sue opere d’arte, ma che pulsava di novità, anzi, di innovazione, perché Pezzola era proteso alla ricerca di epigoni, di giovani da noviziare.
Le opere di bene costituiscono la punteggiatura dei defunti, e nel caso di Oreste Pezzola le opere assumono sia l’accezione della filantropia (si pensi all’Arma Aeronautica, alla Croce Bianca di Lumezzane di cui era socio onorario, solo a titolo di esempio, ma il corteo delle gratitudini non riuscirebbe a scovare tutta la sua benevolenza occulta e silenziosa) ma anche quella delle realizzazioni: perché le pregiate opere d’arte di Oreste erano sempre foriere di valori, semafori di ideali, in quella sua visione cristiana dove Kalos è tanto sinonimo di bello quanto di giusto, di buono. Bisogna fidarsi dei veri artisti, qualcuno sostenne una volta. È vero.
Legati a Oreste potremmo insieme alla figlia Marcella, erede d’umanità, inanellare una distesa di ricordi sì, inanellati come gli anellini che, da giovane, lui creava in acciaio inossidabile prendendo le molle al termine del suo secondo lavoro.
Con Oreste tutto era storia. Era arte. Era storia dell’arte.
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È possibile visitare il suo sito www.pezzola.com
Il funerale avrà luogo venerdì 24 giugno alle ore 16,30 partendo dalla Sala del Commiato Benedini di via Ragazzi del 99 n.11 in Lumezzane S. Apollonio per la Chiesa Parrocchiale di S. Apollonio


